QUANDO FOTOGRAFARE ERA DIVERSO, mostra

Recentemente, per esigenze di organizzare gli spazi nel mio studio di Cesano, ho spostato il consistente materiale fotografico del mio “vecchio” studio fotografico di Milano, che ho chiuso quando ho deciso di trasferirmi qui, in Brianza. É stato un tuffo nel passato, bello e nostalgico insieme, ma soprattutto riprendendo atto non solo della qualità di queste fotografie, ma del loro interesse oramai storico. Da qui il desiderio di farlo conoscere. Il mio rapporto professionale con la fotografia parte dal 1969, quando i titolari dello Studio Fotografico Testani & Lepri, uno degli studi più rinomati in Milano per il ritratto artistico, analizzarono una cartella di miei ritratti fotografici, che io avevo eseguito a compagne ed amiche come studi sulla figura, il mio soggetto preferito, con un mezzo diverso, in questo caso meccanico, dal disegno e dalla pittura. Mi fu subito offerto di lavorare con loro e così iniziai, con entusiasmo questa nuova esperienza che mi permetteva di rimanere nell’ambito delle immagini e della ricerca artistica. Lo studio aveva una lunga tradizione e specializzazione nel ritratto d’arte, ancor prima del 1931 quando Giuseppe Testani, padre di Angiola Maria Testani, una dei due soci dello studio, lo apri in viale San Michele del Carso 2, già dai primi anni venti era a Milano proveniente da Brescia dove aveva uno studio in via Gabriele Rosa, dai primi del novecento e di una certa importanza, frequentato da artisti e uomini politici. Testani fu il fotografo ufficiale della Conferenza della Pace di Parigi nel 1919, alcuni di quei ritratti sono qui esposti, e nel 1925 vinse una medaglia d’argento alla Prima Mostra Fotografica alla II Internazionale di Arti Decorative, alla Villa Reale di Monza. Era molto attento a rimarcare non solo l’aspetto fisico e le caratteristiche delle persone ritratte ma anche il loro stesso carattere. Come era, altrettanto attento a seguire e rielaborare con tecniche personali, lo sviluppo tecnologico dei mezzi fotografici, in particolare nell’uso degli sviluppi e delle carte, dei viraggi all’epoca in continua evoluzione.

Negli anni quaranta avvenne il trasferimento, a poche centinaia di metri, in piazzale Baracca e l’arrivo di Lapo Lepri, fotografo toscano, che costituì con la Testani una società, proseguendo e mantenendo l’alta qualità della produzione fotografica. La tipologia del ritratto da studio era essenzialmente basata su due aspetti fondamentali: la messa in posa della persona con una costruita e ricercata illuminazione e l’attento ed esperto lavoro in camera scura, accompagnato dalla raffinata opera di ritocco manuale sia sui negativi a lastra che su ogni singola stampa positiva. Il fine del cosiddetto ritratto d‘arte era quello di far diventare “più belli”, di perdere quel senso di realtà quotidiana e di sospendere il tempo, che inesorabilmente trascorre e segna, soprattutto, il volto. L’idea di vedersi “altro”, una concezione ideale di se stessi, un modo per cercare di conoscersi e, nei limiti del possibile, migliorarsi. Ho cercato di mantenere questa qualità, quando nel 1976 sono diventato titolare dello studio ma, i rapidissimi cambiamenti tecnologici mi hanno portato a opportuni e necessari aggiornamenti. Oggi, è ben diverso il ritratto, deve essere vero ed autentico si, a volte spietato nella sua verità, se fatto bene e si può certamente ritoccare con photoshop, ma ad un occhio sensibile il risultato è artificiale, perde di naturale morbidezza. Col tempo la macchina fotografica non era più lo strumento di pochi, che richiedeva un minimo di conoscenze tecniche per avere risultati accettabili, infatti si andava dal professionista, anche con cadenze temporali costanti. Oggi scattare una fotografia è un atto semplicissimo, praticamente banale, siamo fin troppo immersi nelle immagini, da averne perso il valore e significato. Abbiamo, in buona parte, lo squallore dei selfi, un ulteriore perdita di qualità e di…personalità, le persone sono diventate molto meno esigenti, si accontentano. Io no.
Corrado Mauri

I BIANCO E NERO DI PINO VARCHETTA

FOTOGRAFARE É OLTRE L’ESITARE. “Accade di essere colmo di stupore, attraversato dalla meraviglia. Una giovane donna si interroga davanti ad un igloo di Mertz, un uomo ormai anziano si curva, quasi un atteggiamento clinico, su un’opera di Caldas, due ragazzi si siedono sul pavimento e tenendosi per mano guardano con la faccia in su, a non troppa distanza, uno dei sette palazzi di Kiefer. Una coppia, una donna e un uomo, nella periferia di una piccola città rumena, probabilmente ignoti l’uno all’altra, sono ugualmente presi da una grande scritta “Happyness?”.

E allora ti ritrovi con la reflex in mano e scatti, per lo più da lontano, quasi nascosto, per lo più con il 28mm; scatti perchè scorra un nesso tra un’emozione e un’esistenza condotta; scatti perchè senti come particolarmente rilevante memorizzare quell’insolita dimensione creata da una singola vita umana.

Si è trafitti dallo stupore e ci si rimette alle cose del mondo. Ma con la reflex in mano si guarda in direzione di qualcosa, in posizione passiva senza poter fare altro che attendere. Ovviamente anche attendere è un costruire, frutto di una scelta, ma elaborata su pezzi di realtà dai quali si dipende totalmente: quella ragazza vista all’ingresso del museo con la t-shirt a righe, perfetta sullo sfondo delle righe di Buren, non compare, forse se n’è andata, una res amissa, dietro un amore improvviso o annoiata dalla incomprensibilità crescente di tanta arte contemporanea. E tu non puoi far nulla e accettare la scomparsa di quanto attendevi, messo di fronte, impotente, a un fallimento.

Con i volti e con le mani è differente; intendo dire con i ritratti. Anche con i volti non prevedo nessuna posa, nessuna preparazione, nessun dialogo con le persone che vorrei fotografare. Solo un pensare, un fantasticare a me interno, anche molto datato nel tempo, un prendere appuntamenti con sé stessi nel progettare di tentare prima o dopo di rubare uno scatto. Sono infatti tutti scatti “rubati” quei volti, ma dettati da un proposito urgente. Tento in altre parole di non trascurare, permettendo che vada smarrito, il proposito di fotografare quel volto che mi ha donato qualcosa, un’emozione, un’idea, un pensiero. Una donna un uomo pensanti che ho incontrato, non necessariamente da solo, che ho ascoltato e che sono diventati per me un’immagine influente capace di svegliarmi dal torpore nel quale mi trovavo…

Il progetto di fotografare quei volti diventa così un umile riconoscimento da parte mia, un saldare un debito di gratitudine verso quella influenza ricevuta […] E non sempre, non necessariamente si tratta di “giganti”, volti noti ai più; frequentemente sono colleghe e colleghi, operatori della conoscenza non ancora noti al pubblico ma a me cari e preziosi, sempre densi, capaci di trovarsi di fronte allo spazio che improvvisamente si allarga e nel quale attraverso la loro traccia ho percepito una moltitudine di sguardi e di prospettive.

Di nuovo mi trovo con la reflex in mano; il mio fotografare non cambia, sempre da lontano, un lavoro clandestino. Alla meraviglia e allo stupore si affiancano tuttavia la gratitudine e il riconoscimento e il winder, col trascinare la pellicola e ricaricare l’otturatore dopo ogni scatto, col permettere di concentrarsi su quel volto, mi aiuta nel mio tentativo di comprendere quel tanto di singolarità ospitata da quel viso di donna o di uomo [….]             (tratto da G.Varchetta “Schegge di Memoria. Michele De Lucchi quasi privato” , Corraini Edizioni, Mantova 2018)

G. Varchetta, psicosocioanalista e past-President di Ariele. Dopo lunga esperienza nel campo della Formazione, è stato professore preso l’Università degli Studi di Milano-Bicocca. É parte della direzione della rivista Educazione sentimentale. É autore di numerosi volumi sulle tematiche della Formazione e dello Sviluppo Organizzativo. Fotografa “da sempre”, lavora esclusivamente in bianco e nero, con macchine analogiche, autore di una decina di libri fotografici. Si avvale, ormai da oltre trent’anni, della collaborazione di Corrado Mauri per lo sviluppo e stampa delle sue fotografie, che ha “sviluppato” soprattutto un’autentica e vera amicizia.

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