Il meraviglioso mondo della natura

una favola tra Arte, Mito e Scienza

di: Corrado Mauri (maggio 2019)

Nella mostra di Palazzo Reale di Milano, l’attenzione si concentra su pochissimi casi esemplari, e fortemente spettacolari, della rappresentazione della Natura nell’arte della Lombardia dal Quattrocento al Seicento, sottolineando l’importanza che il soggiorno di Leonardo Da Vinci a Milano ebbe nel mutare in maniera radicale l’atteggiamento con cui gli artisti locali si accostarono alla rappresentazione del vero.

Il cuore dell’evento è la ricostruzione, dentro la sala delle Cariatidi, di uno dei più affascinanti complessi figurativi del Seicento nell’Italia settentrionale, fin qui noto solo agli specialisti: il Ciclo di Orfeo, un complesso di 23 tele, alcune di notevoli dimensioni, commissionato da Alessandro Visconti per il proprio palazzo in Milano (nell’attuale via Monte Napoleone angolo via Verri) negli anni sessanta/settanta del Seicento, poi passato di proprietà ai Lunati e successivamente ai Verri. Il ciclo pittorico sarà poi trasferito in Palazzo Sormani dal 1877.

Alessandro Visconti (1619-1685) è capocaccia del granduca di Toscana Ferdinando II de’ Medici, ma faceva anche da agente milanese per il cardinale Leopoldo de’ Medici per questioni artistiche.

Questo ciclo si rifà al mito di Orfeo che, suonando la lira in memoria della sua sposa Euridice, incanta gli animali i quali rimangono come sospesi nell’ascolto della sua coinvolgente musica, offrendosi così alla sguardo attento dell’osservatore ed andando a costituire come un giardino zoologico con ben 257 diversi animali, provenienti dai 5 continenti, oltre alle altrettanto diverse piante e fiori. I pittori che operano in questo ciclo sono tre, il primo, che inizia a lavorare negli anni sessanta, rimane sconosciuto; successivamente, a completare la maggior parte dell’opera è un pittore di Danzica, naturalizzato fiorentino, Pandolo Reschi (1640-1696) “eccellente di animali d‘ogni sorta” che, con una pittura attenta e sicura, fatta di pennellate evidenti, modella ogni singolo esemplare inserendolo in un contesto paesaggistico generalizzato, dove le tonalità scure son finalizzate a dare risalto e contorno ad ogni animale, non a creare effetti di profondità realistici. Per le poche figure mitologiche interviene un altro pittore straniero, operante anche lui nella corte granducale, si tratta del belga Livio Mehus (1627-1691) che oltre all’Orfeo dipinge il dio Pan, con alcune ninfe ed il piccolo Bacco che invece di nutrirsi al seno di una ninfa si attacca ad un grappolo d’uva. La musica ed il vino: due modalità per staccarsi dai problemi della quotidianità e vivere momenti di serenità e piacere nella natura, la sensazione percepita nell’essere avvolti da queste pitture.

Sabato scorso, 25 maggio ’19, con alcuni miei allievi e i fedelissimi delle mie uscite d’Arte  abbiamo visitato la mostra ed è stato da parte di tutti come un piacevolissimo ritorno all’ infanzia, rivivendo emotivamente il periodo in cui gli animali costituivano un mondo affascinante tutto da scoprire, ma anche da affrontare e conoscere con un certo timore. Infatti nel percorso della mostra ci si trova  improvvisamente difronte a  oltre 160 esemplari di mammiferi, rettili, uccelli, pesci e invertebrati provenienti dal Museo di Storia Naturale, dall’Acquario di Milano e dal MUSE di Trento.

Molto efficace l’impostazione generale della mostra per il coinvolgimento emotivo che suscita nel visitatore, l’effetto delle variazioni della luce sulle pitture dà il senso del trascorrere del tempo, ma in particolare ci fa percepire le condizioni  in cui erano godute queste pitture nel seicento. Noi oggi abbiamo la deformazione, non naturale, della luce diffusa indipendentemente dal giorno o dalla notte, non dobbiamo aspettare l’arrivo delle ore più cariche di luce per vedere meglio, quindi la scelta degli allestitori è orientata a riprodurre il  più possibile realisticamente il dato naturale. Inoltre noi veniamo da Cesano Maderno e la presa d’atto dell’esistenza di un ciclo pittorico come questo ci ha decisamente intrigato. Infatti, ho approfondito il rapporto con le nostre 4 Sale affrescate a Boscareccia di Palazzo Arese Borromeo in cui Bartolomeo III afferma l’importanza dell’indispensabile rapporto con la natura, nella quale viviamo e che ci è anche maestra. Ma, la cosa importante è la contemporaneità dei due cicli, entrambi realizzati intorno agli anni sessanta del seicento. Un soggetto unico, la natura, letto in due modalità diverse, ma in entrambe sempre con lo stretto rapporto con la cultura classica, una dimostrazione della grande cultura milanese con un Alessandro Visconti ed un Bartolomeo Arese, che tramite la pittura dialogano tra di loro.

la Boscareccia grande, Palazzo Arese Borromeo a Cesano Maderno

La mostra è introdotta da un prologo che presenta ai visitatori un famoso codice tardogotico lombardo, l’Historia plantarum della Biblioteca Casanatense di Roma, ricco di centinaia di illustrazioni tratte dal mondo delle piante e degli animali. Una pagina del codice, con l’immagine di un gatto, è messa in dialogo con un disegno di Leonardo da Vinci della Biblioteca Ambrosiana: il confronto indica al pubblico che nel primo caso il soggetto è stato ripreso da modelli grafici preesistenti, forse a partire da un animale morto; nel secondo è stato invece studiato dal vero, con Leonardo non poteva essere altrimenti. Un nuovo raffronto è al centro di un’altra sala, dove la Canestra di frutta del Caravaggio è affiancata al Piatto metallico con pesche di Giovanni Ambrogio Figino: due primizie della natura morta occidentale, realizzate, sullo scorcio del Cinquecento, in uno stretto giro d’anni da due pittori lombardi. Un confronto molto stimolante in cui, pur nella rigorosa attenzione a riprodurre la realtà della frutta, le finalità delle opere sono diverse.  Figino, realizzando un fondo nero profondo, è attento a farci sentire quasi il profumo dei frutti nella sua descrizione precisa dei giochi di ombre e luce, dei passaggi tonali e con la puntuale resa epidermica della pelle delle pesche, inserite nell’insieme delle foglie di vite, rese con continue varianti di colore, nella prospettiva del piatto di peltro, in cui i frutti si riflettono. Esito della grande lezione leonardesca nella tavola imbandita dell’Ultima Cena.  Diversa la sensazione che abbiamo davanti alla Canestra di frutta del Caravaggio, in cui, pur nella puntuale descrizione della realtà delle frutte e delle foglie percepiamo un clima di alti valori simbolici, legati non solo ai singoli significati di ogni frutto ma anche al concetto del trascorrere del tempo ed del conseguente passaggio dalla vita alla morte, evidente nel trascorrere da sinistra a destra delle diverse foglie, le ultime due a destra sono ormai rinsecchite e quindi morte. Contribuisce a rafforzare il significato metaforico l’uniforme fondo color ocra chiara che ci riporta ai fondi oro medioevali. (in questo sito, nella sezione Capolavori, c’è l’approfondita analisi della Canestra).

Prima di entrare nella ricostruzione della sala di Palazzo Verri, il visitatore trova esposti alcuni dipinti ottocenteschi di allievi di Giuseppe Bertini, titolare della Scuola di Pittura all’Accademia di Brera, eseguite quali studi di ambientazioni artistiche dei secoli precedenti. Le opere sono state prese a riferimento per la ricostruzione scenografica del ciclo di Orfeo e sono provenienti dalla Galleria d’Arte Moderna, dall’Arcivescovado, dal Museo Poldi Pezzoli e da collezionisti privati.

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