PALAZZO ARESE BORROMEO ( 36

TRIBUNA DELLA CAPPELLA PUBBLICA  

Corrado Mauri

Dalla porta est della Stanza della Libraria si entra in un breve corridoio da cui si accede alla Tribuna della Cappella pubblica che si affaccia nell’Oratorio dell’Angelo Custode, difronte al presbiterio, trovandosi sopra la porta d’ingresso. È un ambiente stretto e lungo con un grande arco che si apre sulla volta della Cappella e alla cui base ci sono un inginocchiatoio a tutta lunghezza e una grata di legno con imposte. L’arco è solamente incorniciato da una semplicissima quadratura architettonica con una mensola e peduccio centrale su cui poggia, per tutta la sua lunghezza, un finto quadro, in cui è raffigurata una Pietà. La cornice è appesa alla base di una croce con cartiglio non leggibile, agli estremi della parete due vani per porte, senza battenti, immettono in due coretti con balaustra a pilastrini che danno sempre sulla Cappella, anche qui i sovrapporta sono con semplicissimo ripiano a tre sporgenze, sui quali sono appoggiati altri due finti dipinti con i Santi Domenico di Guzmàn e Antonio da Padova, contitolare della Cappella assieme all’Angelo Custode. Nessun altro tipo di decorazione è sulle pareti.

Sin dalla prima volta che vidi il dipinto della Pietà, mi accorsi che esulava stilisticamente dal barocco e dai vari stili dei pittori di Palazzo. Era chiaro che lo stile si rifaceva al Cinquecento. Un’attenta osservazione e successive ricerche me lo hanno confermato. La nostra Pietà è una puntuale copia di una incisione di Annibale Carracci del 1597: la Pietà di Caprarola, che qui riproduco in un esemplare della Galleria Nazionale d’Arte di Washington. L’attività incisoria di Annibale Carracci è del tutto particolare, in quanto è stato tra i pochissimi pittori che hanno creato appositamente i soggetti per le incisioni e non copiandoli da dipinti già eseguiti, anche da altri pittori. È percepibile poi la grande lezione che Annibale ha dal Correggio e che permea costantemente la sua pittura.

Ricollego questo affresco della Pietà ad un altro elemento importante, che abbiamo già conosciuto ed è l’uso della “sezione aurea” nelle proporzioni architettoniche del Palazzo. Se poi riflettiamo sulla scelta di non rispettare il barocco nello stile architettonico e che anche in tutta la pittura del nostro Palazzo prevale un clima di classicità, più che l’aderenza alle istanze tipiche e ridondanti dello stile seicentesco, c’è l’esigenza per Bartolomeo di mantenere una costante comunicazione sia di armonia, sia di rapporti geometrici e stilistici di grande equilibrio e dunque riconfermare sempre il tema fondamentale della Moderazione.

Nell’affresco la copiatura dall’incisione è molto fedele in tutti i particolari, abbiamo solo due aggiunte, una è quel panno bianco che copre la parte superiore del petto di Gesù e su cui appoggia la mano della Madonna, l’altra è quella roccia davanti alla Maddalena su cui sono appoggiati i chiodi, il vasetto di unguento inclinato e forse la corona di spine. Ovviamente l’affresco è più rigido rispetto all’incisione, pur nella invenzione dei colori. Quando si copia si è in rapporto con un’opera già costruita e l’attenzione è concentrata sul riportare una cosa già fatta e che non si inventa o crea al momento, mentre stai dipingendo, questo influisce parecchio sulla spontaneità delle pennellate, morbide se crei, rigide se si copia. È decisamente difficile individuare chi ha eseguita la copia proprio per la modalità del dipingere che ho appena spiegato. Osservando i particolari della poca vegetazione, verrebbe da pensare al Ghisolfi, ma egli non è un gran figurista e qui è evidente proprio questo tipo di specializzazione, pur nel copiare. Osserviamo gli altri due dipinti, poi vedremo qualche altra ipotesi. Vicino alla finestra che dà sulla strada c’è il S. Domenico di Guzman, spagnolo, fondatore di una comunità di preti Predicatori che vivevano secondo la regola di S. Agostino. Predicando, appunto, e mendicando, poi detti Domenicani, loro caratteristica era lo studio approfondito della Teologia in quanto anche Docenti nelle Università, questo era ciò che li differenziava dall’altro Ordine mendicante, i Francescani. Qui il santo è raffigurato con la tonaca bianca e la mantella nera, identificativi dell’Ordine, e con in mano il rosario, preghiera da lui creata per la lotta contro gli eretici, mentre l’angioletto tiene in mano un giglio, simbolo della sua purezza. La scelta di raffigurare il creatore dell’Ordine dei Predicatori, credo vada legata al S. Pietro da Verona, celebrato nella Cappella privata, che apparteneva, appunto, a quell’Ordine ed era particolarmente caro al nostro Bartolomeo. Non dimentichiamo, infatti, che è sua la risistemazione del Santuario di Seveso dedicato a S. Pietro martire, come abbiamo già sottolineato.

Il giglio caratterizza anche il S. Antonio da Padova ed è un elemento unificatore dei due santi, anche sul semplice piano iconografico. Fernando è un portoghese, che entrando nell’Ordine dei frati minori francescani assume il nome di Antonio. Dotato di grande umiltà, possedeva una notevole sapienza e cultura, ma in particolare una capacità predicatoria straordinaria. S. Antonio qui tiene, quasi abbracciandolo, il piccolo Gesù bambino che, a sua volta, lo accarezza avvicinando a lui la guancia. Nell’immagine è poi accentuata, in modo particolare, la tonaca di Antonio, dove numerose sono le toppe ad evidenziare il voto di povertà. Sul piano della pittura il volto di S. Antonio presenta ben evidenziati l’occhio, il naso e la bocca grazie alle ombre, nette nel volto con poco chiaroscuro, come quello di Gesù bambino, i cui capelli biondi poi, come quelli degli angioletti nella Pala di S. Pietro martire e quelli dell’angioletto di S. Domenico, sono stilisticamente identici a quelli che appaiono negli affreschi di Giovan Battista Costa. Come nella Madonna che abbiamo appena esaminato nella Stanza precedente, appare più che evidente e logico, quindi, attribuirgli l’esecuzione di questi due finti quadri, ed anche il fatto di aver dipinto in Stanze vicine potrebbe essere un ulteriore elemento e motivazione per una conferma. Lo stesso Costa, visto che dipinge lì accanto, perché non pensare che possa essere anche l’autore della Pietà, viste le sue ottime competenze anatomiche, riscontrate anche nel bel disegno del corpicino del Gesù bambino. Non mi sembra un’idea da scartare, i pittori di allora erano dei professionisti seri, con molte meno problematiche di personalità dei presunti artisti contemporanei, che se la tirano e basta.

Sul lato ovest della Tribuna è presente un parapetto di legno che protegge il vuoto, dove una scala di legno conduce alla piccola stanza sottostante, da cui ci si affacciava sull’Oratorio con una grata a imposte. Qui gli inventari del 1697[1] e successivi riportano la presenza di un piccolo organo contenuto in una apposita cassa, (nell’immagine dell’interno della Cappella nel lato d’ingresso, si vede sopra la porta aperta la grata della stanza dell’organo e sopra la Tribuna aperta e i due coretti). Dalla stanzetta sempre con scala di legno si scendeva alla piccola sacrestia dell’Oratorio.

E qui abbiamo concluso il nostro percorso per conoscere il Palazzo e non posso che ribadire con ancora più convinzione quanto ho scritto qualche anno fa nell’articolo Unicità di Palazzo Arese Borromeo: “..Da qui la straordinaria unitarietà dei valori architettonici, scultorei e pittorici. Che sono tali per un motivo fondamentale: la ferrea volontà del conte Bartolomeo III Arese di costruire il suo Palazzo con precisi e puntuali significati culturali che rispecchiassero la sua concezione ed esperienza di vita.  Anzi, sono convinto che il bisogno, direi l’urgenza, di Bartolomeo III era proprio quella di esprimere, raccontare e quindi lasciare ai successori il suo “pensiero concreto” come potremmo dire oggi. Non, quindi, in un libro che poi finisce negli scaffali di una libreria, ma in una realizzazione che viene vissuta e partecipata quotidianamente e nella quale, vivendola, assorbi e conosci il pensiero di un uomo.  È proprio questo il valore primario del Palazzo cesanese: ogni suo aspetto è significante, ti parla, e non solo il linguaggio della bellezza estetica, ma quello vero del riscontro dei valori storici, artistici, filosofici, religiosi, naturali etc. che si fanno realtà per l’esperienza diretta della vita, siamo cioè in colloquio costante con i risultati e le riflessioni dell’uomo Bartolomeo. In ogni singola Sala o Stanza è espresso il suo pensiero, è solamente con l’intero percorso di visita che ci si può rendere conto, senza tralasciare alcun ambiente, della straordinarietà dei messaggi trasmessi in questo suo Palazzo, che ora è nostro ed abbiamo l’obbligo morale di farlo conoscere. Il Palazzo di un grande uomo, che pone come centro del suo interesse, come riferimento e guida del suo agire la Conoscenza e la Cultura.  Non che le ricchezze, il potere, non fossero nelle sue corde, anzi, ma vennero gestiti come necessari e opportuni strumenti per perseguire le proprie idee e convinzioni senza timori…”


[1] Marina Napoletano “L’Oratorio dell’Angelo Custode in Palazzo Arese Borromeo negli inventari del 1697, 1704, 1716 e 1700 circa” – Quaderni di Palazzo Arese Borromeo, anno III- n° 1 – maggio 2010