PALAZZO ARESE BORROMEO (10- NELLE SEMBIANZE DEL FATTORE

NELLE SEMBIANZE DEL FATTORE

Corrado Mauri

L’immagine ritratto del fattore, che si presenta ad ogni ospite che sale al piano nobile di Palazzo Arese Borromeo di Cesano Maderno, ha esercitato su di me, sin dalla prima volta che l’ho osservata, un particolare fascino.  È indubbio che le modalità con cui si presenta dimostrano la sua non casualità, ma l’esprimere significati ed una funzione ben precisi.

Analizziamo il suo presentarsi e qui è il suo primo messaggio. Si pone sulla parete immediatamente frontale all’ingresso ed al termine della prima rampa di scale dello Scalone di ferro, oggi detto degli Stemmi.  Scalone che puntualizza, tramite l’araldica, la rilevanza non solo della scala, ma del Palazzo stesso[1], proprietà di uno degli uomini più importanti del Seicento lombardo: il conte Bartolomeo III Arese, soprannominato dai milanesi il ”dio di Milano” (per il “cursus Honorum” di Bartolomeo rimando all’articolo: “Unicità di Palazzo Arese Borromeo”)

Il fattore su questa parete occupa, quasi geometricamente, il centro. Si inquadra sul lato destro, all’interno di una finestra con balaustra i cui pilastrini sono decorati e l’anta al suo fianco è chiusa, ma è un’anta non da finestra ma da vera e propria porta, in legno naturale e priva di vetri o elementi decorativi. La finestra architettonicamente è di particolare eleganza, segno di appartenenza ad un edificio di notevole pregio, tant’è che nella parte alta abbiamo l’inserimento di un grande stemma tramite elementi decorativi. L’uomo nella mano destra tiene un cappello di feltro, che si è evidentemente appena tolto, in segno senz’altro di saluto e rispetto per gli ospiti in arrivo, nella sinistra un forcone, che non è quello da fieno vero e proprio bensì quello con cui si accudiscono anche gli animali. Su un semplicissimo abito di panno spicca il colletto della camicia bianca, le condizioni dell’affresco non permettono di confermare la presenza di un ricamo sui bordi, sono presenti, comunque, delle nappe sulle due punte, piccolo segno di ricercatezza che può denotare l’appartenenza ad un ambito quantomeno di benessere, sia personale sia in riferimento alla famiglia padronale. Due mani forti e robuste ed il loro essere sovradimensionate rispetto al volto sottolineano la qualità manuale del suo lavoro.

Ma è nel volto che riscontriamo l’aspetto più coinvolgente e straniante insieme: sin dalla prima occhiata è assente la sensazione di trovarsi difronte ad un contadino per i lineamenti regolari ben marcati, una capigliatura dai capelli brizzolati ben pettinati ed in particolare i baffi, che finiscono a punta, ed un ricercato pizzetto circoscritto sotto il labbro inferiore ed a punta sul mento. Ancor di più, è lo sguardo che colpisce: fiero, severo, attento, per niente sottomesso, presenta uno strabismo che ne aumenta il fascino, un occhio fissa direttamente l’osservatore l’altro è appena abbassato.  Mi viene immediato e spontaneo il confronto con il volto di un altro personaggio seicentesco, che è raffigurato nel Salone oggi detto dei Fasti Romani ed è il ritratto dell’amministratore del Palazzo di Cesano: Giovanni Battista Monti, uomo non appartenente ad un ceto sociale elevato e che non rivela, appunto, caratteristiche pregnanti, come quelle del nostro fattore.

L’inserimento di questi personaggi della contemporaneità è un’altra delle scelte particolarmente efficaci che adotta Bartolomeo, in quanto l’incontro con un personaggio della propria epoca riporta coscientemente il visitatore, che è totalmente avvolto (gli affreschi rivestono le pareti dal pavimento al soffitto) e coinvolto nelle varie epoche dalla pregnanza dei soggetti, alla realtà: rimanere ancorati alla quotidianità permette il necessario distacco e coscienza per valutare e recepire più attentamente quanto è raccontato e descritto nelle immagini.

Quindi rivedendo la particolare ambientazione in cui il fattore è inserito, delle perplessità o meglio delle riflessioni nascono naturalmente. Il soggetto appare in un contesto araldico altamente significativo, addirittura posizionato sotto lo stemma del re di Spagna e duca di Milano, inserito in una architettura di significativa rilevanza ed in una posizione di primo piano nei confronti dell’ospite, che egli domina dall’alto.

Una particolare funzione del fattore venne prospettata da A. Spiriti, nell’ambito del corso di preparazione delle guide di Palazzo, realizzato dall’Amministrazione comunale di Cesano Maderno nel 2000 ed era quella di giudicare le persone che entravano a Palazzo e lui, di ceto sociale basso, concedere o meno l’ingresso ad esso, sostituendosi allo stesso proprietario, che era, tra l’altro, portatore dei titoli più significativi e consoni al giudizio ed alla conseguente concessione di accedere, ma scavalcando anche altre figure più rappresentative quali un togato, un aristocratico od un ecclesiastico.  Scelta simbolicamente molto insolita per l’epoca e alquanto forte sul piano politico, anche se rientra nello spirito delle contraddizioni tipicamente barocche. Bartolomeo comunicherebbe che sarebbe stato un semplice contadino a pronunciare il responso, questi conosce la concretezza della realtà quotidiana tramite il duro lavoro, col quale si procura di volta in volta la sopravvivenza, e si serve solamente di questa per giudicare.  Vengono meno, cioè, quelle modalità, consuetudini, convenzioni asservite alle esigenze ed ai tornaconti personali.  Da uomo rigoroso e severo nell’applicazione delle leggi non ci sorprende che Bartolomeo dia questo efficace richiamo al rispetto delle regole rivolgendolo a parenti, amici ed ospiti che frequentano questa sua dimora di campagna.

A Cesano è indubbio che ci troviamo in una di quelle “Ville di campagna o di delizie” che già dal secondo quattrocento i nobili si costruivano nei dintorni delle città ed immerse nelle campagne, ove trascorrere momenti o periodi di serenità, riposo e tranquillità lontani dalle attività ed impegni cittadini.   

Sin dalla tradizione classica troviamo il rapporto tra natura e cultura: otium e negotium ed è modalità riservata, ovviamente, ai potenti, ai nobili, a chi ha le ricchezze per permettersi questo ulteriore modo di distinguersi.   Nei giochi del vivere aristocratico l’apparire era più determinante dell’essere, dimostrare autorevolezza, ricchezza, onore era fondamentale per occupare e rivestire i ruoli più significativi nella società.  Il possedere la Villa di Campagna era quindi, come diremmo oggi avere uno status symbol fondamentale e determinante. Questo non solo dimostrava ricchezza ma anche la particolare capacità del “vivere in villa”, di adeguarsi alle necessità e modalità che il rapporto con la natura comporta, di goderne le bellezze ed armonie senza farsi “villano”[2].

Ecco che l’immagine del fattore è dunque intrigante. In occasione di un Convegno, a Palazzo, sulle “Ville di delizia al nord di Milano nell’età barocca: famiglie committenti della vecchia e nuova nobiltà” nell’ottobre 2012, discorrendo con Cinzia Cremonini[3] della figura del fattore mi ha partecipato di una sua supposizione, che sotto le spoglie dell’agricoltore si potesse celare lo stesso Bartolomeo Arese. Nel trasferirsi in campagna avviene l’abbandono della toga e degli abiti ufficiali delle varie attività cittadine e delle gravose responsabilità politiche, per assumere una nuova veste e idealmente tralasciare gli oberanti impegni e le relative preoccupazioni e difficoltà e concedersi momenti di serena tranquillità dedicandosi agli amati studi  e per lui, al completamento decorativo del Palazzo, anche questo però, alquanto impegnativo, considerando la complessità delle tematiche affrontate ed il nostro non è certo persona che si accontenta della normalità.


[1] Silvia Boldrini “Uno stemmario milanese affrescato: lo scalone delle arme di Palazzo Arese Borromeo di Cesano Maderno, parte prima in Quaderni di Palazzo Arese Borromeo, anno II n. 2 nov. 2009.

[2] A.F. Doni, Le ville (1566), edizione a cura di U. Bellocchi, Modena 1969

[3] Professore associato di Storia Moderna e Contemporanea presso la Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università Cattolica del Sacro Cuore e membro dell’Accademia Ambrosiana, Classe di Studi Borromaici. Ha condotto studi sulla Storia di Milano tra XV e XIX secolo, con particolare riferimento al patriziato, ai legami internazionali dell’elitè lombarda con le corti di Madrid, Vienna e Parigi. Si occupa anche dello studio dei feudi imperiali italiani in età compresa tra XVI e XVIII.

Questa significativa lettura mi ha, sin da subito, molto attratto in quanto mi permetteva di ampliare ulteriormente la conoscenza della complessa e straordinaria personalità di Bartolomeo, andando anche a rivelare un aspetto seducente, sino ad allora neanche, da me, preso in considerazione.  Quello, in un certo senso, del mettersi in gioco, di mettere da parte (apparentemente) le proprie più che consolidate certezze e presentarsi sotto altre spoglie, ben diverse da quelle consuetudinarie, che tutti conoscevano e che, nei suoi confronti, provocavano il massimo rispetto ed ossequio. In questo senso il suggerimento dato dal cambiamento, dal cogliere questa opportunità di cambiare modo di essere e di vedere è ovviamente rivolto agli altri, ma Bartolomeo lo applica prima a sé stesso, e non poteva essere altrimenti, considerando la sua sottile intelligenza e grande cultura.  In tal senso credo che per lui possiamo parlare di cultura in senso lato e non di erudizione.

Nel gioco delle “apparenze” la scelta di raffigurarsi in una condizione “inferiore” quale quella del fattore, rivela una alta coscienza di sé, non temendo l’abbassamento sociale in quanto i valori delle proprie virtù vanno ben al di là di tale possibilità. Una cultura, la sua, dovuta sì agli studi, svolti con passione sin da piccolo[1], ma in particolare rielaborata continuamente e costantemente dall’esperienza che di giorno in giorno le sue varie attività ed incarichi gli portavano, mettendo a frutto ciò che si vive nella costante riflessione ed attenzione e poi fissare quei momenti, quei concetti cardine che diventano punto di sicurezza e riferimento per le proprie scelte.

Il gioco delle “apparenze” lo si potrebbe leggere anche come rappresentazione di una situazione di fatto: la figura del fattore con l’essere un ritratto nascosto individuerebbe un contesto distaccato sul quale abbiamo lo stemma della monarchia spagnola, mentre difronte, salita la seconda rampa di scale, sulla parete troviamo un altro grande stemma, quello di papa Innocenzo XI (questi però sale sul trono pontificio nel 1676 dopo la morte di Bartolomeo, rivelandosi quindi aggiornamento successivo) intorno al quale abbiamo gli stemmi: Arese, Omodei, Borromeo, Archinto e Visconti cioè la stretta parentela di Bartolomeo, la sua solida consorteria e soprattutto il mondo intimo degli affetti al centro del quale c’è la chiesa cattolica.

Sono i due capisaldi di questo grande uomo che qui, nella sua residenza di campagna si concede queste sottolineature più intime, avendo abbandonato le vesti dell’ufficialità.  Sottolineature più intime si, ma che ci sono dette tramite strumenti estremamente pubblici e distintivi come gli stemmi.  E quello spagnolo che attiene invece al mondo esterno è, appunto, sulla parete di fronte, una parete che porta una simulazione.  Va preso atto, tra l’altro, che la concessione di rappresentare lo stemma della Monarchia spagnola in un palazzo privato, non è assolutamente cosa da poco, Bartolomeo, ripetutamente manda e sottolinea messaggi di fedeltà al proprio sovrano Filippo IV, ma questo non attiene però alla sfera intima degli affetti famigliari.

Il Palazzo di Cesano si rivela, dunque, una continua fonte di valori, significati e rimandi, è la puntuale conferma di una particolare personalità che qui si racconta, nel luogo ideale che viene appositamente realizzato per svolgere il ruolo di “città della Conoscenza e della Sapienza” in un contesto non contaminato, come invece potrebbe essere quello cittadino.

Perché, dunque, Bartolomeo decide, riprendendo le intenzioni del padre Giulio, di ampliare la residenza già presente dal cinquecento (attuale ala nord) dandogli la notevole dimensione che tutt’oggi abbiamo la fortuna di avere?  Credo, perché ha il desiderio, anzi la determinata voglia, di dimostrare attraverso un’opera altamente significativa ed originale quanto sino a quel momento ha concretizzato nella sua vita (ha circa 44 anni ed è nel pieno della maturità) non solo sul piano dei successi e degli incarichi conquistati politicamente e amministrativamente ma soprattutto sul piano ideologico e culturale, quindi da uomo, appunto, di cultura e non solo di potere. La sua carriera, le sue straordinarie capacità erano ormai pubblicamente riconosciute ed allora trasmettere che i suoi risultati erano soprattutto il frutto del suo costante pensiero, delle sue convinzioni intellettuali e morali era altrettanto indispensabile.

Ecco che quanto si andrà a realizzare deve essere quindi assolutamente significativo, unico e di esempio e riferimento per tutti. Va oltre il numero di cento la quantità delle stanze a Palazzo, escludendo torre, cantine, pertinenze di servizio e agricole, quindi ben oltre le esigenze normali di una Villa di campagna. Tant’è che negli Inventari, dal 1697 al 1704 e tutti i successivi, non troviamo mai il termine Villa ma bensì di Palazzo, confermando, ce ne fosse stato il dubbio, che Bartolomeo sin dalle origini ha un’idea, una concezione e delle finalità chiare, precise e ben determinate. 

E naturalmente, constatando man mano quanto si va costruendo, proprio per aderire pienamente alla sua concezione ed alle sue esigenze, egli è pronto ad una variazione consistente, che avviene, qualche anno dopo l’inizio della costruzione, che è del 1654, con l’inserimento dell’ala est, quella con la Loggia e l’angolo con l’ala sud sino all’altezza delle scuderie, come chiaramente evidenziato dall’affresco nella Sala del Castello, sulla parete nord, che raffigura il Palazzo visto da ovest ed a volo d’uccello e ribadito dall’altro affresco che vede inserita la Loggia (approfondiremo nell’analisi della Sala del Castello).


[1] G.Leti, in realtà Giovanni Gerolmo Arconati Lamberti, Il governo del duca d’Ossuna e la vita del conte Bartolomeo Arese, Colonia 1682, ristampa a cura di M. Fabi, Milano 1854 

Questo sottolinea quanto Bartolomeo tenesse a questa dimora e soprattutto dell’importanza che sul piano simbolico e rappresentativo essa rivestiva, se in corso d’opera, e valutando il già fatto, ritiene opportuno ampliare il numero degli ambienti e renderli ancor più significativi caratterizzandoli, come avviene con l’inserimento della splendida ed armoniosa Loggia e l’angolo est-sud. Quindi la diversa temporalità dei due affreschi, appena descritti, significherebbe la variazione temporale nella costruzione del suo Palazzo e per Bartolomeo, che ritiene fondamentale sottolineare il costante ed ineluttabile trascorrere del tempo, ecco che i due affreschi acquistano il valore di racconto anche dei momenti diversi della storia stessa del Palazzo. Tra l’altro con questo completamento si realizza sul piano dei percorsi interni alla dimora la possibilità di visita continua, senza cambio di direzione e quindi di interruzione nel seguire le letture degli affreschi. Opportunità possibile in quanto la costruzione si sviluppa su tutti i quattro lati del cortile interno, come si è concretizzato a Cesano con le due fasi costruttive.

È opportuno, a questo punto, onde inserire meglio le scelte dell’Arese nel suo contesto storico e valutarle al meglio, tenere presente che Milano e la Lombardia sono, appunto, sotto la dominazione spagnola da ben oltre un secolo, quindi il riferimento fondamentale è la corte del re di Spagna Filippo IV a Madrid. A Milano, quindi, non c’è una Corte vera e propria se non una forma molto ridotta in quella del Governatore spagnolo, tra l’altro non molto amata dai milanesi, in Palazzo Regio-Ducale, nel cui interno non c’è il solo Governatore, ma le varie Magistrature ed  il Senato.

L’immagine significativa e simbolica del Palazzo Reale sede della Corte è assente, manca nel contesto lombardo. Di conseguenza la nobiltà lombarda cerca di ricreare singolarmente ambiti similari alla Corte.  C. Cremonini[1] scrive “…In una capitale come Milano, corte mediatizzata e periferia d’eccellenza dell’Impero spagnolo, in cui lo Stato di Milano era considerato corazón de la monarquía, queste corti nobiliari (periferie della periferia) funsero da strutture portanti nel processo di edificazione dei legami politici con la corte di Madrid e costituirono uno dei modi della distinzione nobiliare: chi era principe in una corte nobiliare, diventava a sua volta cortigiano nella corte-governatoriale. Dunque la società di corte nella Lombardia d’Antico Regime era, in un gioco di specchi che si ripeteva all’infinito, oltremodo complessa”…. “Una delle “vie della distinzione” intraprese durante l’Antico Regime dalle élites lombarde fu l’organizzazione di attività ed eventi culturali e celebrativi, la costruzione di palazzi e ville che divenissero lo ”spazio” entro il quale far agire tutti questi sistemi rappresentativi; in una parola l’apertura di piccole corti aristocratiche”…

Alla luce di questo dato storico, ritornando al nostro Bartolomeo, in lui c’è senz’altro il concetto del possedere la Villa di delizia quale segno di nobiltà, di ricchezza, di appartenenza ad una delle famiglie più rilevanti e importanti lombarde come abbiamo appena visto, ed anche, ovviamente, per trarre piacere e ristoro dal trascorrere il tempo nella serenità della campagna ed a stretto contatto con la natura, ma sono convinto che la vera urgenza in lui era quella, come detto, di avere un luogo in cui esprimere il suo concetto di “città della cultura e della sapienza” o per gli amanti del mondo classico e quindi in primis proprio lui, ricreare “una piccola Atene”. Qui Bartolomeo raffigura e ferma i risultati del suo pensiero i cui vari temi od argomenti si sviluppano ed organizzano quali quartieri di una città, quindi luoghi formali della storia e della memoria che devono essere frequentati e conosciuti.

Questa grande idea si concretizza e sviluppa in uno straordinario Palazzo come quello di Cesano, che in quel momento nessuno possedeva o forse meglio era in grado di creare. Una forma innegabilmente anche autocelebrativa forte ed inconfutabile senza dubbio, costituita però non di apparenze o del voler essere quello che non si è, ma pienamente giustificata dalla sua storia e dal suo pensiero che possiamo ben dire “concreto”.

Quindi ecco che l’immagine dell’ipotetico fattore-Bartolomeo mi suggerisce una possibile ed ulteriore lettura in aggiunta alle altre, il presentarsi uomo semplice sottolinea che qui non si celebra l’uomo Bartolomeo in sé e per sé stesso, ma quanto lui ha rielaborato come concezione di vita con le sue riflessioni e constatazioni, sulle esperienze condotte e poste a confronto con i temi della storia, della cultura, della religione o della natura. L’immagine reale di sé non viene posta a dare un imprimatur personale e preciso, anzi l’utilizzo di una mimesi segnerebbe il voluto distacco.

In tal senso anche il fatto che nel possibile ritratto del fattore-Bartolomeo non riscontriamo quella che è la ormai conosciuta fisionomia del conte Arese rientra nella specifica volontà di dissimulare ogni elemento di riconoscimento fisionomico, il naso che non corrisponde a quello sottile, lungo e a punta o gli occhi azzurri invece di quelli scuri, sarebbe una simulazione semplice e banale, se le fisionomie dovessero corrispondere, non da Bartolomeo.  In Palazzo, tranne il suo ritratto che era posto nella prima sala dopo il vestibolo, al piano terra, inserito nel contesto generale dei ritratti della famiglia Arese[2], non abbiamo nessuna altra immagine che possa far riferimento direttamente alla sua persona e quindi celebrarlo ulteriormente.

Qui di seguito riporto un brevissimo testo scritto da Marina Napoletano per il personaggio Bartolomeo III Arese che viene recitato (tra l’altro con grande piacere dal sottoscritto) nella serata-rievocazione storica “Palazzo nel Tempo” che la nostra Associazione Vivere il Palazzo e il Giardino Arese Borromeo realizza e propone ormai da qualche anno, testo che cerca di sintetizzare molto chiaramente il pensiero di Bartolomeo sul suo Palazzo, ovviamente siamo nel campo delle ipotesi, ma le analisi iconografiche e le modalità di questa dimora lo confermano. Io amo appassionatamente la cultura, posseggo infatti una ricca biblioteca di classici oltre che, naturalmente, di libri attinenti al mio lavoro di giurista. Nel corso della vita, riflettendo sulle esperienze personali, ma anche sui classici dell’antichità ed in special modo sull’amatissimo Cicerone, sono venuto elaborando una personale visione della vita in tutti i suoi aspetti pubblici e privati. Avrei potuto mettere per iscritto le mie riflessioni e poi darle alle stampe, ma esse sarebbero arrivate unicamente ad un pubblico non solo colto, ma anche fortemente interessato agli argomenti proposti, esposti in uno stile forse non confacente a tutti i gusti. Allora ho pensato che, come nel Medioevo la Sacra Bibbia era narrata a tutti attraverso gli affreschi sulle pareti delle chiese, così, il paragone non vi sembri profano, anch’io avrei potuto mettere alla portata di tutti il mio pensiero decorando le pareti del mio palazzo con scene e situazioni che ammoniranno i contemporanei e i posteri sui sani e retti principi tratti dalla saggezza delle leggi, della nostra santa religione, ma anche della filosofia antica di cui la nostra cultura è imbevuta”.

A confermare ulteriormente questa ipotesi è un testo dello stesso Bartolomeo, che leggiamo nel suo Testamento[3] quando accenna al Palazzo di Cesano e precisamente: “…Voglio infatti che godano della bellezza di questo palazzo e del giardino per rinfrancare gli animi e allontanarli dai vizi, e che colà traggano svago con gli amici e i parenti ricordando sempre che tutte le cose umane sono caduche..”

Attraverso la bellezza dell’Arte che racconta la sapienza e l’armonia della natura ritrovare la forza di condurre al meglio la propria vita. Questo ci dice Bartolomeo e questo ritroviamo puntualmente nei valori espressi nella Architettura, Pittura e Scultura della sua dimora di campagna, che proprio per queste specifiche valenze, ripeto, non ha uguali, e credo non solamente nel seicento ma anche nel settecento, secolo ideale delle Ville di delizia.

Il fattore-Bartolomeo ha un abito molto semplice, ma racchiude una straordinaria ricchezza di pensiero. Altrettanto, la semplice architettura esterna del Palazzo, scelta voluta e che ben si guarda dal rispettare i canoni del barocco, nasconde la ricchezza dei 40 ambienti con affreschi (riferimento all’epoca di Bartolomeo). In queste Sale, al piano nobile, ritroviamo altra architettura come elemento unificatore, ma una architettura dipinta, le quadrature (forse di Francesco Villa) che tendono ad ampliare gli spazi ed a renderli monumentali, nel gioco illusionistico delle prospettive o negli svariati elementi decorativi, che mai si ripetono.

Quello che dovremmo trovare all’esterno ci sovrasta invece nell’interno. Altro momento del gioco barocco degli opposti. In questo la conferma che il nostro conte, sin da subito, aveva ben chiara la modalità e l’impostazione che l’architettura di Palazzo doveva mostrare ed avere.

La quantità e variabilità dei soggetti raffigurati negli affreschi è veramente notevole ed ovviamente, al di là della loro bellezza e alta qualificazione estetica, il comunicare simbologie e significati e l’affrontare le tematiche fondamentali della esperienza umana sono lo scopo principale e il motivo del loro essere. Esplicitare moniti e presentare delle morali, sono convinto, che abbia per Bartolomeo la precipua finalità di sottolineare quanto e come ognuno di noi deve compiere nella propria vita delle scelte e, di necessità, assumersi la responsabilità di tali scelte.  Questo, se dovessi riassumere in un solo punto, il valore fondamentale che riscontro nel Palazzo di Cesano. 

Ed il fattore, modesto ma attento e in stato di allerta, ci può, proprio ammonire a mantenere anche noi, a nostra volta, un’attenzione e un’allerta alle varie storie che incontreremo e, riflettendo per il meglio, scegliere. In tal senso e ad esemplificazione di quanto detto, nella Galleria al Giardino, al piano terra, troviamo una chiara dimostrazione di questa responsabilità, infatti essa presenta negli affreschi delle volte tre diverse raffigurazioni dell’amore, nelle lunette erano 14 dipinti con  figure di virtù, una cardinale, la Giustizia, le altre minori[4] e sulle pareti altri dipinti con soggetti antichi in cui i singoli personaggi dopo la scelta compiuta ne subiscono le conseguenze,[5] in sintesi il tipo d’amore che scegliamo, l’ausilio delle virtù come aiuto per le scelte migliori e le conseguenze relative. Ecco che affreschi e dipinti della Galleria si legano, costituiscono e comunicano un significato un valore globale.

Anche al piano nobile, nella Biblioteca, abbiamo un riferimento nei testi poetici sulle due pareti corte, all’araba fenice che viene poi raffigurata nel sovrapporta che dalla biblioteca va nell’anticamera alla moderna. Guarda caso questo animale mitologico ha la forza di rinascere dalle proprie ceneri ogni cinquecento anni, cioè ha in sé stessa la capacità di recupero; non ultimi nel Giardino alcuni soggetti delle statue, Ercole od Ulisse, compiono scelte importanti e determinanti per la loro vita. Bartolomeo, dunque, ribadisce continuamente e con costanza le proprie idee, e sa che all’uomo è necessario ripetere le cose più volte, se si vogliono ottenere dei risultati.  Come tra l’altro, ribadisce, ripetutamente,  quanto la sapienza e la cultura siano fondamentali e siano guida per l’uomo: Il Saggio con la Solitudine, evitando le distrazioni, dà il meglio di se stesso, altrettanto l‘Intelletto con la Quiete; Minerva dea della Sapienza è più volte raffigurata, nella Sala dei Giganti vince l’intervento della forza bruta dei Giganti con le armi sì, ma anche con l’intelligenza, ed in Sala Aurora, ancora Minerva  solleva anche fisicamente lo studente Giulio II, avvicinandolo al Carro di Apollo, in segno anche di augurio per una carriera di successo, cioè luminosa, sottolineando così, come lo studio e quindi la Sapienza eleva l’uomo e quindi la cultura-sapienza deve essere fondamentale punto di riferimento per chiunque.    

Vediamo, quindi, come a Cesano lo sviluppo dimensionale del Palazzo è tale per le esigenze rappresentative delle singole tematiche che si susseguono di sala in sala, ognuna delle quali sviluppa un preciso soggetto, senza mai ripetersi, ma senza mai presentare ambienti che abbiano una semplice definizione decorativa, solamente nella sala tra quella delle Rovine e della piccola boscareccia, al piano nobile, abbiamo una semplice decorazione ad imitazione del marmo (a macchia celeste) all’interno delle quadrature. 

La capacità del vivere in villa e parteciparla agli ospiti, con i quali si costituisce una piccola corte, è il fine, il concretizzarsi del progetto dell’Arese, una partecipazione che abbraccia la totalità del vivere nei suoi vari ambiti dal semplice rapporto ed essere nella natura al circondarsi di una puntuale iconografia che suggerisce, alimenta, una costante riflessione sulle esperienze e circostanze della vita accompagnate, appunto, dall’arte che comunica la fondamentale presenza di un bagaglio culturale in cui storia, religione, filosofia, letteratura, scienza, ma non meno gli affetti famigliari sono i cardini con cui compiere le proprie scelte. 

Ecco che la sensazione di spazio, di luce, di respiro che si prova nell’uscire sulla Loggia esemplifica queste scelte, dopo il percorso di conoscenza si giunge alla possibilità di godere della splendida visione del Giardino con la sua natura rigogliosa, seppur controllata, oppure volgendosi al cortile confrontarsi con lo spazio misurato dell’architettura in cui abbiamo, però, anche la torre che è osservatorio astronomico ed allora di nuovo si rinnova la molteplicità dei temi e delle possibilità. Possibilità che abbiamo nella loggia mimetizzata che è la Sala della Boscareccia grande, qui il Ghisolfi nei quattro angoli della sala costruisce con tronchi, alberi ed archi naturali gli stessi archi di una Loggia, noi al centro della Sala osserviamo a 360 gradi il mondo che ci circonda, una natura, amica, in cui la presenza dell’uomo e delle sue molteplici attività è costante.  In Palazzo abbiamo, a tutt’oggi, quattro ambienti dipinti a boscareccia e dunque il tema della natura è decisamente importante e ben sottolineato, considerando, anche, altre quattro Sale in cui sono raffigurati dei paesaggi.  Questa sottolineatura significativa dei temi naturali, direi che, riconsiderando l’ipotesi del fattore-Bartolomeo, non va ad assumere ulteriori o particolari significati se non quello di ribadire quanto la natura, nella quale è inserito il Palazzo, è forse il tema unificatore del tutto e quindi il fattore-Bartolomeo ne è il protagonista e il referente naturale.

La presenza di letti, anche a baldacchino, nelle sale conferma anche di una frequente presenza di ospiti e quindi di come il concetto di piccola corte sia una effettiva concretezza. La capacità di mostrare ospitalità e il relativo cerimoniale del ricevimento e dell’intrattenere l’ospite è sempre stata una costante della politica dell’Arese prima e dei Borromeo Arese poi.

Mi è d’obbligo analizzare il ritratto, oggetto del presente articolo, anche dal punto di vista pittorico.  Mi è sempre stato alquanto problematico assegnare un nome al pittore esecutore dell’affresco ed in particolare del volto del fattore in quanto ha delle caratteristiche specifiche poco riscontrabili nello stile dei consueti pittori che operano a Cesano ed è l’uso di un segno netto e pulito, più da disegno che da pittura, che marca e puntualizza ogni particolare che va delineando.   L’unico nome che mi veniva da suggerire era quello del Ghisolfi, ma con poca convinzione, infatti facendo ad esempio un confronto, purtroppo non con un volto, ma con le figure dei bagnanti nella Boscareccia grande, dove il pittore usa un segno ben evidente, anche nel sottolineare le forme o il chiaroscuro tratteggiando, constatiamo che si tratta di un segno morbido che segue la forma o la contorna con la sensibilità del tocco di pennello e che è una delle sue caratteristiche precipue, non corrispondente al segno del volto del fattore.  

Sempre in occasione del Convegno a Palazzo dell’ottobre 2012, Alessandro Morandotti nella sua relazione: Bartolomeo Arese, il cantiere di Cesano Maderno e la pittura barocca lombarda, in merito al fattore ha proposto come possibile autore Pier Francesco Gianoli, un pittore valsesiano che nella sua fase giovanile studiò a Milano come allievo di Carlo Antonio Rosso, della cerchia di G. C. Procaccini, e che nel 1656 risulta ancora a Milano con proprietà di una casa, mentre nel 1663 è residente a Varallo Sesia, dove gli nasce la prima figlia. Considerando la datazione sulla porta di ingresso dello Scalone di ferro che è 1659 la sua presenza in quel di Cesano è fattibile.  Il suo stile, in particolare nella sua fase giovanile, appunto quella milanese, ma non solo, corrisponde alle modalità del fattore: un segno netto ben delineato e autonomo, ed una particolare meticolosa attenzione ai disegni

degli occhi, ben riscontrabili nel confronto con il nostro ritratto; ma anche nel paragone col ritratto di uomo con gorgiera abbiamo le stesse modalità di costruzione del volto, rughe ben delineate, occhio disegnato attentamente, una sottolineatura dell’ombra sotto gli zigomi, e dobbiamo tener conto, ovviamente, della differenza tra la tecnica immediata dell’affresco e quella ben più morbida dell’olio. Guarda caso i baffi sono quasi identici, potremmo quasi dire che quest’ultimo è il ritratto invecchiato del fattore. Allo stato attuale degli studi la proposta di Morandotti mi sembra più che condivisibile, sarebbe poi da approfondire come il Gianoli possa essere giunto a Cesano, ma questa potrà essere materia di ulteriori approfondimenti. 

La molteplicità di valori e significati che la “Villa” assume, dal secondo cinquecento in poi, ci è confermata da numerosi studi[6] che ci dimostrano come attraverso le varie strutture architettoniche, i giardini, i suoi ambienti con ricchi apparati decorativi, gli arredi, i diversi modi di inserirsi nel contesto della campagna, queste creazioni non sono altro che i ritratti ideali dei loro proprietari.

Ecco che questa mia ipotesi di interpretazione del ritratto del fattore può ulteriormente dare la possibilità di accrescere le unicità del Palazzo di Cesano, ovviamente uno studio ulteriore e necessario potrebbe essere il confronto con immagini similari che sono presenti in altre Ville di campagna.

Nel contesto delle “Ville di delizia” e considerando l’ampio arco temporale dal Cinquecento all’Ottocento, il Palazzo di Cesano vi si inserisce con modalità del tutto uniche, come abbiamo cercato di spiegare pur in sintesi, che vanno ben al di là della tipologia di queste costruzioni.  Se, come sono convinto, Bartolomeo III Arese si nasconde sotto sembianze semplici e ci offre però una straordinaria ricchezza di pensiero, affiancandolo nel percorso della sua cultura, dovremo prendere atto, soprattutto oggi, che assumere la semplicità come aspetto, consente comunque di dar voce alla propria passione che accompagnata dalla ragione porta a rigenerare la vita propria ed altrui.    


[1] C. Cremonini Le vie della distinzione. Società, potere e cultura a Milano tra XV e XVIII secolo. Milano, EDUcatt 2012. 

[2] M. Rebosio, S. Boldrini, D. Santambrogio, C. Mauri, Le sale dei ritratti Arese Borromeo, Monografia 4 dei Quaderni di Palazzo Arese Borromeo

[3] A cura di A. Spiriti “Il Testamento di Bartolomeo III Arese”, Varese 2004

[4] Corrado Mauri Le lunette della Galleria al Giardino, Monografia 2 dei Quaderni di Palazzo Arese Borromeo, gen. 2011

[5]  Massimo Rebosio  Una splendida Galleria di dipinti per Bartolomeo III Arese, serie diarticoli pubblicati su” Il Cittadino” ed ora in Pubblicazioni nel sito www.vivereilpalazzo.it .

[6] Per la stesura di questo articolo sono stati consultati, in particolare: il già citato C. Cremonini Le vie della distinzione. Società, potere e cultura a Milano tra XV e XVIII secolo, Milano, EDUCatt 2012.   A cura di C. Mozzarelli L’Antico Regime in Villa, Roma 2004.   C. Cremonini Alla corte del Governatore. Feste, riti e cerimonie a Milano tra XVII e XVIII secolo, Bib. Ambrosiana Bulzoni ed. Roma 2012.   M. Domenichelli Cavaliere e gentiluomo. Saggio sulla cultura aristocratica in Europa (1513-1915). Roma 2002.